| Cronaca di Teatro Urbano
Per palcoscenico un fiume, una collina, una piazza, qualsiasi luogo aperto, dove sole, pioggia, neve, trasformino all'occasione il nostro teatro, questo teatro, cosicché anche il clima sia protagonista improvviso delle nostre invenzioni.
Il Teatro, come edificio, la sua sacralità, il silenzio protettore della concentrazione, non m'interessa, mi ha stancato, come le tournè, gli alberghi, i treni, le autostrade e il pubblico raro e obbligato. Quel pubblico, ormai da tempo "reduce", costretto a partecipare all'inevitabile Funerale del Teatro che la nostra arroganza e presunzione di verità assolute, in associazione a delinquere con ministri-minestre ha allestito negli anni con precisa stupidità.
Nel 1984 siamo tornati/arrivati alle nostre origini (1971). Dal teatro, stretto di spalle, agli spazi liberi. Teatro Urbano, rapporto tra drammaturgia e architettura, installazioni che vivono giorno e notte per un mese, due.
O l'evento, come la Festa della Città di Torino dove progetti, costruisci per cento giorni e bruci, letteralmente bruci in ottanta minuti, l'invenzione e la fatica mia, e dei miei folli compagni.
La nostra struttura è troppo piccola per sopportare il peso abnorme di un progetto in azione su un kilometroquadrato, 140 persone al lavoro, 19 imbarcazioni, 2 Torri da Guerra galleggianti alte 15 metri, le chiatte dell'Esercito, mezzi anfibi, sommozzatori: "Principi, Principesse, principii d'incendio".
Un assessore ci crede, un contributo sufficiente ad allestire un dignitoso qualsiasi Pirandellogoldoni.
Invece gru da 100 tonnellate, un giugno di merda: pioggia, pioggia, pioggia (il clima protagonista!), il Po in piena, cede la diga a monte, scendono alberi enormi, un mobile quattro stagioni, bombole GPL semipiene e fischianti, un vitello morto si incastra in una Torre, gonfio come un budda. Nella pancia del Mostro scenografato su un vecchio motoscafo americano si ribalta il generatore di corrente, si ribalta il mostro, si ribalta lo spettacolo, si ribalta il pubblico, 200mila persone. Finalmente il pubblico. 400mila occhi affondano con la Torre da Guerra del Cavaliere d'Oro. Si inabissa come l'Andrea Doria. Resta lì, storta come Pisa, mezza fuori, mezza dentro. Anche le piccole Torri, distanti un centinaio di metri dalle grandi, scompaiono nel Mekong mentre noi, Viet-Cong periziamo con gli ingegneri sui motoscafi. Tutto bene, che fortuna. È stabile, adagiata sul fondo.
Si può partire. Convocati gli equipaggi, le modifiche di emergenza. La corrente è fortissima. Il Cavaliere d'Oro tenga come riferimento le posizioni del Cavaliere d'Argento dalla Torre intatta, ma al quale manca il riferimento della piccola Torre, ragion per cui tenga come riferimento il Mostro, ora inclinato, che tenga come riferimento le 12 Vestali che tra tronchi, bombole, armadi, liquami chimici, preservativi come meduse, tengano come riferimento il Diavolo, enorme, al centro tra le Torri, unico punto fisso di tutta la macchineria.
E infatti si comincia. E infatti anche la Torre del Cavaliere d'Argento finalmente si inabissa, con tre uomini dentro. L'artificiere, appeso con una mano a una pulsantiera continua a gridare "bastardi". Nessuno lo sente e spara, spara fuochi ad ogni comando della regia: un eroe, e lo sappiamo solo noi. Verrà pescato dai sommozzatori dei Vigili del Fuoco, veri, grandi, meravigliosi coprotagonisti dello spettacolo.
Il volto del Diavolo, alto 11 metri, spunta a 40 metri di altezza sopra le piante, scende al centro del fiume tra le Torri naufragate e accese (grande pagina dell'illuminotecnica teatrale) ma un fuoco d'artificio tra i 200 colpi preparati per distruggerlo lo incendia, mentre si incendia, come da copione, la Torre d'Oro. La benzina si versa e corre infuocata sull'acqua, in cielo un'apoteosi di fuochi d'artificio: ricercati, studiati, riinventati, barocchi, seicenteschi, moderni, futuranti. Avevo progettato uno spettacolo, ne ho diretto un altro. E così vorrei che fosse: per ora, per quest'ora, per altre volte ancora.
Richi Ferrero
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